
30 giorni di buio è un horror ambientato in Alaska, prodotto da Sam Raimi, e tratto da una miniserie a fumetti di Steve Niles e Ben Templesmith. A parte un'accoglienza un po' sbilanciata, l'informazione che passa indubbiamente da chi ha visto già questo film è che i vampironi in questione spaccano davvero il culo al mondo: forse è proprio quello di cui tutti abbiamo bisogno. Vampironi cazzuti. A quel punto, del film chi se ne frega. Vampironi! Questa è l'Alaska che vogliamo! Quella di un mese buio con i vampironi dentro! Completa il quadretto la regia del bravo David Slade, già regista di
Hard candy, i cui videoclip erano pieni di suggestioni di questo tipo. E finalmente gli hanno dato da fare un horror: adesso vediamo come se la cava.

Asterix alle Olimpiadi è un altro film
live action tratto dal fumetto di Goscinny e Uderzo. A questo giro, tanto per renderlo ancora più
cheap di quanto già non fossero i tremebondi precedenti, si sono pure persi per strada Cristian Clavier: al suo posto, Clovis Cornillac. No, nemmeno io so chi sia. E poi vabbé, c'è Depardieu, ma quello sta dapertutto. Non è che se ci piacevano (o ci piacciono ancora) i film d'animazione di Asterix, dobbiamo sorbirci per forza ciecamente tutto il suo fottuto franchise. Vi dico un segreto: Goscinny è sottoterra da trent'anni. Emmobbasta. Che poi, il
selling point del film pare essere la presenza di sportivi come Zidane, Schumacher, Tony Parker. Ah wow, mi hai proprio convinto. Puah.

Caos calmo è il film che Antonello Grimaldi e Fandango con Rai Cinema hanno tratto dal celebre libro di Sandro Veronesi. Ora, io ho letto il libro qualche mese fa, è mi è piaciuto davvero molto: ma se già non ero entusiasta della scelta di Grimaldi alla regia (certo, poteva andarci peggio, ma Grimaldi ha fatto troppa brutta tv per non risultarmi sospetto, e poi
Asini dico, ha fatto
Asini cazzo), il trailer mi ha colpito negativamente per la sensazione di un adattamento un po' allegrotta (e pure un po' piatto). In ogni caso, è un film che attendo spasmodicamente da molto tempo, anche perché ripongo su di lui molte delle speranze per il 2008 del nostro cinema. Pensa te come sto messo.

La guerra di Charlie Wilson è un film tratto dalla storia vera di un
congressman texano - ancora vivo: gli hanno da poco fatto un trapianto di cuore - che nei primi anni '80 con l'aiuto di un agente della CIA organizzò un'operazione segreta di aiuto ai mujahideen afgani. O qualcosa del genere. Al di là del cast e dell'interesse che uno può avere per una vicenda simile, due sono le ragioni per attendere questo film con notevole interesse: la prima è la regia di Mike Nichols, perché ha una carrierona che lévati e so che a molti di voi è pure piaciuto molto
Closer, ok, contenti voi, però dai, comunque sia, è pur sempre Mike Nichols. La seconda è che la sceneggiatura segna il ritorno di Aaron Sorkin al cinema dopo 13 anni, e soprattutto dopo tre serie tv apprezzatissime come
Sports night,
The West wing, e il mio adorato (e sfortunato)
Studio 60 on the sunset strip. Il che significa: un film verbosissimo, nella migliore delle accezioni del termine, e scritto da dio. Ho davvero pochissimi dubbi. Ancora più del solito, è un peccato (e uno spreco) doverlo vedere per forza in italiano: arrangiamoci.

L'innocenza del peccato è il titolo italiano di
La fille coupée en deux, il duecentomillesimo film del settantasettenne Claude Chabrol, leggendaria firma del cinema francese fin dal 1958, tra gli ultimi sopravvissuti di una gloriosa generazione di cineasti, da sempre interessato alle dinamiche di genere, e ai percorsi narrativi della seduzione: anche questo titolo non sembra fare eccezione. Ma cos'altro devo dire? Per tutti gli indecisi: quella lì è Ludivine Sagnier.

Non c'è più niente da fare è l'esordio alla regia (forse: circolano dati su un altro film invisibile ricolmo di comici di
Zelig e
Striscia, e che dio ce ne scampi) del livornese Emanuele Barresi, attore presente in diversi titoli di Virzì e non solo, ed è un film che parla di una compagnia teatrale, e già non me ne frega più niente. Però ci sono dentro dei toscanacci che, ah!, sono simpatici come solo i toscanacci sanno essere, dico, c'è persino Paolino del Nido del Cuculo. E c'è pure Rocco Papaleo.
Film italiano da deridere della settimana, mi sa proprio, e comunque l'impressione dal trailer è di uno di quei filmetti che spacciano la propria insignificante piccolezza per nobiltà d'animo. Hai detto niente.

Tutta la mia vita in prigione è un film del regista gallese Marc Evans (quello di
My little eye) e racconta della lunga prigionia di Mumia Abu-Jamal, un ex membro delle Pantere Nere condannato a morte e in carcere dal 1982, e - parallelamente - del giovane attivista William Francome, nato proprio nello stesso anno. A prescindere dal legame con una giustissima campagna contro la pena di morte promossa da Amnesty International,
In prison my whole life, spiace anche un po' dirlo, non è propriamente il documentario più attraente dell'anno. Esce in Italia anche perché Fandango - che ovviamente distribuisce da noi - ci ha messo pure i dindini: speriamo ne sia valsa la pena.