
Giulia non esce la sera, che da ora in poi chiameremo GNELS, così, per una scemenza gratuita, e il bello è che potete scegliere voi se la G sia dura o meno, è il nuovo film di Giuseppe Piccioni, che ho già visto e
di cui ho già scritto. Nonostante GNELS non mi sia piaciuto, com'è evidente dal suddetto post, perché troppo trattenuto e deprimente, dalle pretese metaforiche eccessive e scritto in modo forzato e inconcludente, GNELS (così, mi diverto a immaginarvi che lo leggete ad alta voce) è un film che, vista la quantità di baggianate impresentabili che mi sto puppando in questo periodo, ha senza dubbio qualità sufficienti - la fotografia di Bigazzi, per dirne una, o
La vita va dei Baustelle usata 127 volte - per rientrare nei vostri programmi del weekend. E potrebbe anche piacervi, GNELS: non mi scandalizzerebbe. Anzi, alla fine mi fa pure simpatia, GNELS. Una specie di simpatia triste triste, tipo l'amico che chiami quando ti succede qualcosa di brutto, mentre se vuoi uscire a bere un negroni non ti passa per la mente manco per il cazzo. E poi, guardate le alternative qui sotto. E poi, c'è Mastandrea. Capito? M-a-s-t-a-n-d-r-e-a. Con una R sola, GNELS che non siete altro.

I Love Shopping è il film tratto dal libro di quella tizia là, l'ho già visto e
ne ho già scritto. Dopo questa ho smesso, lo giuro. In ogni caso, sarei anche stufo di scriverne. Il film fa infatti schifissimo, e senza bisogno di scomodare i meccanismi del cinema vaginale per cui una roba simile risulta incomprensibile e/o aberrante a chi non si sia premunito di una clitoride per l'occasione: immagino e spero che anche le donnine all'ascolto rimarranno insoddisfatte - tranne ovviamente quelle
cretine. Ci tengo a soffermarmi su un punto: quella non è Amy Adams, è Isla Fisher, la riconoscete dalle tettone.

Iago è - tenetevi forti, sto per sfoderare un grande classico dimenticato di questo blog - il
film italiano da deridere della settimana. Vi era mancato, vero? Vi ricordate quante risate, ah, bei tempi quelli. Vi ricordate poi quando avevano fatto quell'Amleto orrendo con Ethan Hawke che recitava essere-o-non-essere in un Blockbuster - e scommetteteci, non lo faceva per il LOL? Ecco,
Iago è una roba simile, però con l'Otello, con Vaporidis, diretta da Volfanghino. Qualcuno può per favore spegnere il mondo, grazie? Beh, finalmente un film con i piedi ben piantati per terra: secondo voi, chi potrebbe scegliere una come Laura Chiatti tra il Frodo de noantri e un grosso negro coi soldi? La tragedia, in tutti i sensi, è ambientata nella Venezia di oggi, tra i corridoi della facoltà di Architettura: immagino che Desdemona verrà assassinata con uno spritz.

Impy Superstar - Missione Luna Park è un film d'animazione tedesco, nonché il secondo film della saga leggendaria di Impy, simpatico draghetto del cazzo. Ma sì, dai.
Quello il cui vero nome è Urmel.

In the Name of the King è un film di Uwe Boll, lungi dall'essere l'ultimo: è del 2007, e nel frattempo il regista tedesco ne ha sfornata un'altra decina. Non credo che serva il pomodorometro al 4% o roba di questo genere per segnalarvi di starne alla larga, né di spiegarvi chi sia Uwe Boll, simpatico crucco dalle colorite e divertenti trovate di marketing (sempre sulla sua persona più che sulla robaccia che dirige) e spesso definito dai media come "il regista peggiore del mondo". Non mi esprimo: non sono mai riuscito a vedere un suo film oltre i 10 minuti - no, nemmeno
Postal ho finito. Non vedo perché fare un'eccezione con questo film, e no, Jason Statham non è una buona ragione di per sé: mesi fa ne ho visti 2 minuti e ho dovuto lavarmi gli occhi con un sapone estratto da bambini africani morti.

Il mai Nato è l'incredibile titolo italiano di
The unborn, un film sulla cui locandina riesce ad esserci sia un bambino morto che il culo di Odette Yustman, e per questo è difficile non provare simpatia per lui. Altro motivo di simpatia è il suo incredibile,
incredibile titolo italiano, che da settimane ormai è al centro di simpatici siparietti
à la Maccio Capatonda. IL MAI NATO. Il film non è però diretto da Ennio Annio, ma da David Goyer, uno che non incenseremo mai abbastanza per aver scritto
Dark city (ma anche il resto del suo CV da sceneggiatore è notevole) ma che potrebbe tranquillamente trattenersi dal dirigere film come questo - togliamo ogni indugio grazie a un saggio 13% di recensioni positive nel pomodorometro. Un successone. Gary Oldman, la tua carriera è ufficialmente finita.

Non lo so è un film di cui non so. Scherzi deficienti a parte, ne ho letto poc'anzi. Quindi so. Si tratta di un film che i due fratelli abruzzesi Di Felice hanno girato con i loro soldini, poi hanno chiamato Arcopinto, gliel'hanno fatto vedere, e lui ha detto ok e glielo distribuisce: prima soltanto in Abruzzo, poi chissà. Non è una bella storia? Per quanto quindi il film probabilmente non sarà niente di che (come prendere sul serio un film nel cui trailer c'è una tizia che dice "ma perché il trattato di shengen, l'europa unita") e sarà minato dalle solite robe da studenti di cinema che raccontano i ggiovani (non è scontato, ma probabile sì dai), il film per la sua genesi ispira immediatamente una simpatia che mi impedisce di parlarne male male. Se questa impressione di potenziale freschezza sia arrivata anche sullo schermo oppure no, ce lo farete sapere voi, tra un arrosticino e l'altro. Fatemi sapere, insomma. A meno che, ovviamente, voi non siate i fratelli De Felice.

L'onda - The Wave è un film tedesco ispirato a un esperimento fatto da un professore di storia in un liceo di Palo Alto negli anni '60 (e da un libro a esso ispirato a sua volta): per spiegare la dittatura nazista ai suoi studenti, ne aveva riprodotto la genesi in classe. Stavolta siamo nella Germania di oggi, e - se ho capito bene - siamo all'Università. Il risultato non cambia. Il pensatore è lì perché si sa che non sono mai particolarmente ben disposto nei confronti del cinema tedesco, però ecco, se mi chiedessero quale film tedesco potrei vedere quest'anno risponderei questo - sicuramente non risponderei Impy o Urmel o come diavolo si chiama quel draghetto del cazzo.

La siciliana ribelle è il quarto film italiano della settimana, ed è il secondo film di Marco Amenta, che già molti anni fa aveva raccontato in un documentario la storia di Rita Atria, che nel 1991 denunciò per associazione mafiosa alcuni membri della sua famiglia, conoscendo l'esilio. La storia è indubbiamente molto forte di partenza, e il trailer invitante nonostante Paolo Briguglia: che poi ne sia venuto fuori un esempio di Cinema Civile oppure soltanto una simil-fiction con il pretesto dell'impegno, da questa distanza è davvero difficile dirlo. Ma ha indubbiamente acceso la mia curiosità - ed è già tanto.