giovedì, 31 maggio 2007
Cardiofitness è un film di Fabio Tagliavia, ex assistente alla regia di Marco "maledetto traditore e io che ci credevo" Ponti, che esordisce dietro la mdp con un film che racconta la storia d'amore tra una ventiseienne bona e un diciassettenne bonissimo. Possiamo ipotizzare tutto quello che vogliamo, ma probabilmente nulla che si avvicini al disastro che Cardiofitness sarà. Non è il film italiano da deridere della settimana, perché in questo paese non c'è fine al peggio (vedi qualche paragrafo più sotto), ma vi risparmio comunque tutto quello che mi passa per la testa in questo momento. Abbiamo trasmesso "come non dire niente e dire tutto". La presenza di Sarah Felberbaum non basta a trarci in inganno. E la Romanoff doveva spararsi in testa - dai no, doveva lasciare le scene, cristo, poverina - subito dopo Ricordati di me. Le conveniva. Ci avrebbe lasciato quella poetica immagine di lei ingroppata da Taricone. Ah, Taricone. Altri tempi.

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The darwin awards è un film tratto dall'omonimo sito dell'internet in cui vengono premiate le morti più imbecilli. Trovatona, direte voi. Infatti è un film a cui avrei dato perlomeno un pensatore. Se non l'avessi visto. E invece è uno dei film più brutti dell'anno: insensato, sconclusionato, e veramente tanto tanto tanto idiota. Nel peggior senso possibile. Magari fosse demente, o demenziale, ma magari. Ma ne ho scritto già abbastanza altrove, e ogni volta che lo sento nominare mi viene male. Quindi basta.

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Il destino nel nome è il nuovo film di Mira Nair, apprezzata regista indiana laureata ad Harvard, celebre per film indiani o semi-indiani come Kamasutra e Monsoon Wedding. Il film è piaciuto molto sia alla critica (un 85% al pomodorometro è molto più che dignitoso) sia al pubblico: se la Nair non avesse girato così di recente quella dimenticabile e noiosissima schifezzuola di Vanity Fair le avrei pure appioppato la bomba. E invece no. Così impari. (sbatte i piedi a terra urlando). Ecco.

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Grindhouse - A prova di morte è - a prescindere - il film della settimana. Punto. Il contesto credo che già lo conosciate, e vorrei farla breve: Grindhouse è un film "doppio" ispirato alle omonime b-sale statunitensi che è andato maluccio negli USA e che quindi viene distribuito "diviso" in quasi tutti gli altri paesi. Questa è la versione "allungata" del solo episodio diretto da Quentin Tarantino. Inutile gridare al malcostume italiano, stavolta: siamo tutti nella stessa barca arrugginita, perniciosa, piena di buchi pieni di topi pieni di vomito pieno di topi. Ovviamente, visto che quando si nomina Tarantino la gente da noi impazzisce e si mette a urlare "Tarantino! Tarantino! Sangue! Violenza! Tarantino!" anche se non ha mai visto un suo film o non lo ricorda (o meglio, dimostrando di non averli visti/memorizzati/capiti), l'episodio di Rodriguez probabilmente non lo vedremo mai, almeno in sala, così come non vedremo i quattro bellissimi "finti trailer" prodotti da Quattro Signore Firme del cinema di genere. Ci siamo spazientiti abbastanza nelle ultime settimane, ora ci adattiamo, siamo rassegnati. La parola chiave è rassegnazione. Anche perché - chi mi legge lo sa - ho adorato quasi tutto ciò che Tarantino ha girato finora (sì, anche entrambi i Kill Bill, rompipalle). Ogni suo film, persino questa roba qui, in casa mia è a suo modo un Evento. Con la E. Tutto il resto - un po' mi spiace dirlo, ma è così - passa in secondo piano.

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Nome in codice: brutto anatroccolo è un probabilmente orripilante cartoon di coproduzione paneuropea che, al di là dell'orrendo titolo italiano affibbiato non da un branco di titolisti imbecilli ma da un branco di nuovi delinquenti evasi da un manicomio criminale che hanno legato i titolisti imbecilli - a loro volta, lo ricordiamo, evasi da un manicomio criminale - e si sono messi a lavorare alla promotion del film ma dimenticandosi di imbavagliare i titolisti imbecilli che così continuavano a suggerire "nome in codice! nome in codice! scrivi così, cazzo! scrivi nome in codice cazzo! fa ridere! ahahah!", al di là di questo mi fa schifo solo pensare che possa esistere. E. Uscire. Nelle. Sale. Se vi dico chi lo distribuisce vi mettete a ridere e dite "vabbè kekkoz, bastava che dicessi Igol Pikturs e risparmiavi tutte queste righe". Ok, la prossima volta lo faccio, giuro. Segnatevela. Giuro.

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Terapia Roosevelt - La giusta terapia per la tua timidezza è il film italiano da deridere del millennio. Lo so che non sapete cosa sia: è infatti spuntato fuori di recente, facendo schizzare i miei neuroni in orbita quando ieri sera ho visto il trailer per la prima - e ultima - volta. Non avete idea. Lasciate stare. Lasciate ogni speranza, eccetera. Sono convinto che questa roba sia infettiva, giuro. Mi sento malato. Maledetto tu sia, Vittorio Muscia. Chiunque tu sia. Sono convinto che c'entri in qualche modo la mafia. Dai, non ci sono altre spiegazioni per quelle facce, quella trama, quella tazza da cesso, quella regia. Ci saranno pretese artistiche o possiamo sperare si possa non prendere sul serio, questa roba? Che poi è la tipica roba che tra 10 anni vedi alle 4 del mattino su Rete4 ogni tot, perché costano poco i diritti e tappa bene i buchi tra una replica del tg4 e l'altra. Solo che non c'è nemmeno Serena Grandi.

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Turistas è un horror americano dell'anno scorso che ha accumulato una quantità spropositata di recensioni negative un po' dappertutto. Come al solito. Una volta qui ci si divertiva molto di più con gli horroracci, ma mi sono un po' stufato. E poi bastava il trailer. O il plot. O il titolo. Gesù. Dai, con tutta la roba che c'è, se andate a vedere Turistas pagando avete dei seri problemi. Oppure avete un ragazzo con dei seri problemi. Sì cara, io gliela darei domani sera. Risparmi sette euro e state tutti meglio.

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U.S.A. contro John Lennon è un documentario sul John Lennon "politico", facciata dell'artista inglese per cui è forse più noto negli States che da noi. Alzi la mano chi conosce i "bed-in" di Lennon e Yoko Ono. E vabbè, troppo facile, si sa che i lettori di questo blog sono colti e intelligenti e simpatici e scopano bene. Stavolta passi. Ma questo è sicuramente un motivo per andarlo a vedere. L'altro motivo - e parlo con senno, dato che l'ho visto durante l'ultima Mostra di Venezia - è che il film è scorrevole, piacevole, interessante, ben fatto. Niente di strabiliante o per cui strappare la testa a morsi ai tuoi amici se non vengono a vederlo con te - e non ci verranno, stai tranquillo - ma insomma, lo si difende volentieri. E non lo attaccherà nessuno.

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Viaggio in India è il nuovo film di Mohsen Makhmalbaf, fulcro di una famiglia che è una vera realtà industriale del cinema iraniano, il cui nome ho imparato da pochissimo a leggere. Makhmalbaf. Eheh. Makhmalbaf. Eheh. Makhmalbaf. Cielo, dà una certa soddisfazione. Non so se ho avuto l'occasione dieci o duecento volte di dire qui o altrove che del cinema iraniano - che qualche anno fa sulla cresta dell'onda, soprattutto di certa critica cripto-intellettuale, e di cui ora si sente parlare davvero pochissimo, ma che strano, ma che strano - mi interessa davvero poco. Non per razzismo o tantomeno per snobismo culturale: perché non avevo voglia. Non si può vedere tutto, no? Evidentemente quel giorno lì stavo vedendo un film coreano. Ho fatto male? Quindi facciamo così: pensatore, poi fate voi. Fatemi sapere, gnari. In questo paragrafo ho raccontato alcune palle.

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(anche su Screeweek)
postato da: kekkoz alle ore 18:55 | Permalink | commenti (35)
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